Il terapeuta nella relazione


La costruzione di una buona alleanza terapeutica e il raggiungimento di risultati positivi con la terapia, non possono prescindere da un’adeguata maturazione da parte del terapeuta, della consapevolezza di sé e del proprio stile relazionale. Egli deve pertanto affiancare alla dimensione del saper fare, inteso come capacità tecnico-professionale, anche quella del saper essere, inteso come avere una buona conoscenza dei propri processi cognitivi ed emotivi, consapevoli e non, e la capacità di saperli gestire nella relazione terapeutica (Cionini, 1991).

Il terapeuta deve essere consapevole di quanto accade nella relazione, in quanto alcune caratteristiche del paziente potrebbero togliergli la tranquillità necessaria per far vibrare le proprie emozioni, o sollecitarne di difficilmente controllabili. Ne deriva che il terapeuta non può essere un osservatore imparziale: paziente e terapeuta si influenzano reciprocamente.

Per il buon andamento della relazione terapeutica è importante lo sviluppo, nel clinico, di alcune funzioni psicologiche fondamentali:

1) essere orientato sugli aspetti fondamentali della propria personalità;

2) esprimere adeguatamente le emozioni;

3) riconoscere ed elaborare il controtransfert e il transfert;

4) riflettere sugli stati mentali propri e altrui valutando il loro significato all’interno della relazione (mentalizzazione e funzione riflessiva);

5) essere consapevole delle proprie strategie difensive relative alle condizioni di pericolo e alle esperienze di trauma e lutto (modelli operativi interni).

Il contatto costante con la sofferenza psichica altrui può esporre il terapeuta ad una fatica emotiva, basta infatti che un paziente tocchi in seduta un tema che in quel momento coinvolge anche il terapeuta, che quella seduta presenti alti e inattesi costi emotivi. Se clinico e paziente hanno vissuto esperienze simili non risolte, infatti, si attiveranno in entrambi strategie difensive distanzianti o preoccupate che influenzeranno il trattamento.

Durante la seduta il terapeuta dovrebbe chiedersi quali sistemi motivazionali si attivano in se stesso e nel paziente, verificare poi se essi siano tra loro sintonizzati e infine decidere di mantenere o cambiare la situazione interpersonale che si è creata.

Nell’analizzare la relazione terapeutica, il clinico deve quindi far attenzione se il sistema attivo in lui in un determinato momento nel processo terapeutico, sia sintonico o meno con quello attivo nel paziente in quello stesso momento. Per far ciò il terapeuta deve considerare le emozioni che sta vivendo nel rapporto, oltre a quelle manifestate dal paziente. Le emozioni del terapeuta possono costituire una fonte preziosa di informazioni sul sistema comportamentale attivo nel paziente e sulla natura della sincronizzazione/de sincronizzazione tra sistemi comportamentali motivanti l’agire del terapeuta e del paziente (Liotti, 1994; Liotti, Intreccialagli, 1992).

Le emozioni del terapeuta rispetto alla relazione sono sempre e comunque un importante segnale di ciò che sta accadendo nel setting ed è quindi essenziale che vengano analizzate e considerate costantemente. Ovviamente è importante che il terapeuta sia sufficientemente consapevole delle proprie personali modalità di funzionamento affettivo-emotivo e cognitivo e sappia comprendere quanto le sue costruzioni e le sue reazioni a ciò che sta avvenendo nella relazione con il paziente possano essere determinate prevalentemente da sue tendenze stereotipate di rispondere a quello specifico tipo di situazione interpersonale e quanto alle modalità, alle paure o alle difficoltà del paziente e alle eventuali strategie manipolatorie che questi sta mettendo in atto all’interno del setting. Tale consapevolezza permette nell’interazione con i pazienti di porre una maggiore attenzione alle proprie specifiche peculiarità, di riuscire a riconoscere la propria soggettività e ad acquisire quindi una maggiore capacità di distanziarsene per calarsi provvisoriamente in quella dell’altro. L’analisi delle dinamiche trasferali e controtransferali risulta particolarmente proficua soprattutto nei momenti di difficoltà o impasse terapeutica, che costringono ad approfondire sia la conoscenza del paziente relativamente al modo in cui interpreta e agisce nella relazione mentre ciò sta accadendo, sia a soffermarsi e interrogarsi sul contributo che il terapeuta sta dando all’interazione e sulla possibilità che alcuni aspetti delle sue azioni o dei suoi atteggiamenti abbiano attivato le paure del paziente che hanno determinato il momento di blocco in atto (Safran, Muran, 2000).

Bibliografia :

- Cionini L. (1991). Psicoterapia cognitiva: teoria e metodo dell’intervento terapeutico, La Nuova Italia Scientifica, Roma.

- Liotti, G. (1994). La dimensione interpersonale della coscienza. La Nuova Italia Scientifica, Roma.

- Liotti, G., Intreccialagli, B. (1992). I sistemi comportamentali interpersonali nella relazione terapeutica, In: Sacco, G., Isola , L. (a cura di), La relazione terapeutica nelle terapie cognitive. Melusina Editrice, Roma.

- Safran, J. D., Muran, J. C.(2000). Teoria e pratica dell’alleanza terapeutica. Tr. It. Laterza, Bari, 2003.

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